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Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale il Battaglione Cividale si
trovava sul suolo albanese, dopo lannessione di quel territorio
al Regno dItalia, inquadrato nell8° reggimento alpini
della Divisione Julia,con le sue trdizionali compagnie: la
16^, la 20^, la 76^ e la compagnia Comando, agli ordini del Maggiore Luigi
Zacchi.
Nel periodo autunno 1940 aprile 1941 prese parte alla guerra di
Grecia aprendosi la strada in territorio greco fino quasi a Metzovo e,
combattendo strenuamente sul ponte di Perati, sul Mali Topojanit e sul
Golico.
Alla fine di quel conflitto, durante il quale fu distrutto e ricostituito
più volte, fu inviato a presidiare il territorio greco e nellaprile
1942 fu rimpatriato in attesa di essere trasferito sul fronte russo assieme
a tutta la Divisione Julia.
Il nerbo del Battaglione era costituito ancora una volta, come da tradizione,
dai figli delle valli del Torre, del Natisone e dello Judrio, nelle cui
file militavano i vecj che avevano combattuto nella guerra
di Grecia, alcuni richiamati delle classi anziane ed i giovani del 21
e del 22.
Nella prima quindicina di luglio il battaglione, ancora agli ordini di
Zacchi, ricostituito negli organici e nellarmamento, con laggiunta
della 115^ Compagnia
Armi di Accompagnamento di nuova costituzione, svolse un periodo di
addestramento nella zona di Torreano di Cividale e poi fu concentrato
nel triangolo Tricesimo-Nimis-Reana da dove partì a piedi per raggiungere
la ferrovia sullasse Udine-Cormons nei giorni 8 e 9 agosto.
Dopo dieci giorni di tradotta giunse a Isium e, dopo una settimana di
riposo, il 27 agosto sincamminò nellinfuocata steppa
bruciata dal sole e dopo una marcia estenuante di una quindicina di giorni
raggiunse Pobedinskaja.
Il 19 settembre, il Cividale andò in seconda linea dando il cambio
ai tedeschi ed iniziò a scavare i primi ricoveri nei boschi.Verso
la fine di ottobre le compagnie furono inviate in linea sul fiume Don
per sostituire il battaglione Pieve di Teco.Anche sul Don,
gli alpini ricominciarono a lavorare intensamente per approfondire e migliorare
i ricoveri presi in consegna, al fine di poter svernare in attesa delloffensiva
che sarebbe stata interrotta nei rigidissimi mesi invernali.I lavori furono
alacri e gli alpini, con la loro innata ingegnosità di gente operosa
abituata a lavorare sodo, riuscirono a costruire dei ricoveri comodi e
funzionali nonchè trincee e postazioni sicure.
Con l'arrivo delle prime nevi gli alpini del "Cividale" furono
impegnati a presidiare la linea dalle pattuglie esploranti russe in transito
sul fiume Don e ad effettuare sporadiche azioni di pattuglia sul fiume
ormai ghiacciato e transitabile a piedi.
La calma però non durò a lungo, e verso la metà di
dicembre i russi sferrarono una grande offensiva che travolse il fronte
del Don e le unità italiane di fanteria più a sud.
Per tamponare la falla creata dal cedimento di queste unità tutta
la "Julia" fu inviata d'urgenza nel settore di Nowo Kalitwa
con il compito di interrompere - unitamente alle forze tedesche - l'alimentazione
dell'offensiva avversaria e richiudere la breccia. Il 16 dicembre il battaglione
"Cividale" ricevette l'ordine di raggiungere il settore sganciandosi
ed abbandonando i comodi e sicuri rifugi scavati lungo il Don.
La 76^ e la 20^ compagnia furono trasportate per un buon tratto con i
camion mentre la 16^ e la 115^ affrontarono una marcia terribile di un
paio di giorni nel freddo glaciale.
Verso il 20 di dicembre il battaglione giunse in seconda linea nel settore
del Kalitwa e fu fatto schierare all'aperto con una temperatura di meno
30° subendo alcuni attacchi da parte dell'artiglieria sovietica e
di alcuni battaglioni infiltratesi nello schieramento difensivo costituito
in tutta fretta dagli altri reparti della "Julia, ma senza
essere impegnato in grandi scontri.
Gli alpini del "Cividale" furono - spostati più volte
nella zona, dovendo così improvvisare dei ricoveri di fortuna scalfendo
il ghiaccio e dormendo sovente all aperto al riparo soltanto di
un timido telo tenda tirato alla meglio in una nicchia di ghiaccio. Cominciarono
cosi i primi casi di congelamento dovuti soprattutto all equipaggiamento
e al vestiario inadeguati.
Le posizioni si trovavano alle pendici di un'altura situata a quota 176,2
metri sui livello del mare denominata dai tedeschi quota "Signal"
sia per la presenza di un punto trigonometrico, sia perché dominava
la pianura percorsa dall Asse di alimentazione, pertanto di vitale
importanza e, da tempo, duramente contesa.
Conquistata infatti una prima volta il 31 dicembre 1942 dal battaglione
"Gemona, quota "Signal" era presidiata dai granatieri
tedeschi, ma in seguito ad un violentissimo attacco di artiglieria e fanteria
sovietico, venne abbandonata nella notte tra il 3 e 4 gennaio 1943.
Fu allora che il battaglione "Cividale" ricevette l'ordine di
occupare quella quota.
Senza indugio alcuno, la mattina del giorno 4 gennaio 1943 la 20^ compagnia
comandata dal Capitano Dario Chiaradia attaccò per conquistare
la cima sulla quale Russi avevano piazzato alcune mitragliatrici.
Gli alpini della "Va1anga" riuscirono ad occupare la sommità
non senza numerose perdite, ma subito dopo furono respinti dai contrattacchi
russi.
Nella tarda mattinata la 16^ compagnia dei Cap. Carlo Crosa, mosse all'assalto
della quota unitamente ai resti della 20^ sotto il fuoco micidiale dell'artiglieria
e dei mortai.
Gli alpini della I6^ e quelli della 20^ riuscirono a strappare la cima
ai Russi solo per poche ore, in quanto un ulteriore assalto nemico, appoggiato
dai precisi tiri dei pezzi controcarro, li costrinse al ripiegamento sulle
posizioni di partenza.
Nel pomeriggio ritornarono nuovamente all'attacco riconquistarono quei
piccolo lembo di terra e la sera, lasciarono alcune squadre a presidiare
la quota mentre il resto del reparto si rifugiò in un canalone
defilato per riprendere fiato.
All'alba del giorno 5 gennaio anche le squadre appostate sulla cima furono
costrette a ripiegare sul canalone a seguito di un violento attacco russo,
ma solo un'ora più tardi gli alpini del "Cividale" tornarono
all'attacco, riuscendo a riconquistare ancora una volta la famigerata
quota 176,2 che fu mantenuta per tutto il giorno nonostante la furiosa
reazione dell'artiglieria nemica.
Nel tanTo pomeriggio però il reparto tedesco, inpegnato con gli
alpini sulla destra della quota, dovette ripiegare, costringendo anche
la 16^ compagnia a ripiegare nel calanco per non essere aggirata.
Nel frattempo la 76^ compagnia del Tenente Àldo Maurich si portò
sotto la quota, con il compito di riconquistarla il mattino successivo.
Già in serata comunque un plotone della 76^ al comando del Sottotenente
Carlo Gavoglio, tentò di occupare di sorpresa la sommità
dell'altura, ma l'azione non ebbe successo. La reazione russa infatti
stroncò il coraggioso tentativo e nello scontro cadde da eroe anche
il giovane Ufficiale.
Fu durante uno dei tanti assalti del giorno 5 gennaio 1943 che perse la
vita il Sergente Maggiore Paolino Zucchi, dilaniato da un'esplosione mentre,
incurante del pericolo, incitava, con vigore e determinazione, i propri
alpini. Nella stessa giornata fu ferito anche il Capitano Chiaradia, comandante
della 20 compagnia,che morì dopo alcuni giorni all'ospedale di
Rossosch in seguito alle gravi ferite riportate.
All'alba del 6 gennaio le artiglierie concentrarono il fuoco per preparare"
l'azione della 76^ compagnia che iniziò il movimento con il plotone
del Sottotenente Ferruccio Ferrari, che tra i primi cadde in testa ai
suoi uomini sotto il fuoco delle armi del difensori.
In un secondo tempo, riordinatasi e a ranghi compatti ancora la 76^ compagnia,
agendo sulla destra della quota, accompagnata dal tiro delle armi della
115^ compagnia
e con lappoggio di due carri armati tedeschi, occupò definitivamente
la sommità e costrinse l'avversario a ripiegare.
I tre giorni di combattimenti, condotti quasi 40 gradi sotto io zero,
costarono al battaglione ben 300 tra morti feriti e dispersi.
Terminata lazione il Generale Eibl, comandante il 24° Corpo
Corazzato germanico e del settore stupefatto da tanto valore si recò
personalmente dal
Ten. Col. Luigi Zacchi, per consegnargli una croce di ferro a dimostrazione
della sua sincera ammirazione ed annunciandogli quale riconoscimento alleroico
comportamento degli alpini del battaglione, che quella quota tanto aspramente
combattuta, già denominata Signal", avrebbe preso il
nome di quota Cividale".
Fino al 16 gennaio i superstiti del battaglione "Cividale"
si alternarono a
presidiare la quota che i russi non ebbero più la forza di attaccare
dopo aver subito perdite ingentissime e visto con quale tenacia gli alpini
si erano battuti.
I resti del Cividale iniziarono a ripiegare il giorno 16 o 17 gennaio
sganciandosi dalle posizioni che avevano conquistato ad un prezzo altissimo
e abbandonando i numerosi caduti in posto sulla terra ghiacciata.
Iniziarono così lodissea ed il calvario della ritirata che
costrinse gli eroici alpini ad aprirsi la via affondando nella neve combattendo
disperatamente con la tormenta e con il freddo atroce, con il fisico minato
dalla fame, dalle ferite e dai congelamenti, affrontando il nemico e il
clima avverso con la forza della disperazione e lasciando ancora centinaia
di commilitoni lungo la steppa gelata o nei campi di prigionia sovietici.
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